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Luce artificiale

luceartificialeMi prende così, magari subito dopo aver detto a qualcuno che sì, stare lontana da quegli orizzonti per me così naturali non mi pesa per nulla, che tutto è ok. Poi mi rendo conto che sono qui, avvolta nel grigio di questo inverno gelido che sembra non voler finire che fissa dentro un sottile strato di ghiaccio corpi e pensieri,  a cercare di immaginare che luce ci possa essere su quelle montagne che scendono, tra quelle onde che si agitano, su quell’acqua che segna il confine di tutto. E’ un pensiero che scorre parallelo a quello che mi guida nella vita di tutti i giorni; come se riuscissi a scindermi in due metà delocalizzate. Mi muovo per Milano, intanto i miei occhi rimandano al cervello la luce e i colori della mia città.
Forse non è sano e neanche normale, ma esiste altro modo per rimanere ancorati a ciò che si è stati costretti a lasciare andare?

Mia madre, il ministro Castelli e il pessimismo di noi ‘ggiovani’ quasi quarantenni.

MondelloCara mamma,

ieri sera guardando Anno Zero ho scoperto con orrore e sgomento che tu e l’ex Ministro Castelli avete qualcosa in comune; una visione completamente distorta della realtà in cui la mia massacrata generazione si trova a vivere.
Alla precaria siciliana che raccontava il difficile vissuto quotidiano lui ha risposto parlando di ottimismo e dei ‘sacrifici’ che anche la vostra generazione ha fatto in passato.

Cara mamma adesso devo per forza spiegarti, nuovamente, che esiste qualche piccola differenza tra quello che voi chiamate ‘sacrificio’ e quello che noi chiamiamo ‘non riuscire ad avere un progetto di vita’.

Vorrei partire da alcuni esempi pratici mettendo a confronto le nostre vite.

A 18 anni hai finito la scuola, diploma alle scuole magistrali, ti sei iscritta all’università, hai frequentato qualche lezione e poi hai scelto di lavorare.

A 21 anni ti sei sposata.

A 23 hai avuto il tuo primo figlio. Intanto papà provvedeva a mantenerti e la tua mamma che abitava nelle vicinanze ti aiutava nella gestione della casa e del pargoletto.

Quando avevi 29 anni sono arrivata io. Nel frattempo avevi iniziato ad insegnare, tu e papà avevate comprato il vostro primo appartamento e la nonna, rimasta sola, si era trasferita da voi consentendoti di tornare a lavorare tranquillamente. Non hai dovuto cercare un nido a cui affidare i piccolini strappati al sonno.

A 34 anni hai avuto la tua terza figlia e l’appartamento da 90 mq non andava più bene quindi tu e papà avete deciso di prendere una casa più grande in cui ognuno di noi avesse più spazio. E così è arrivato anche il secondo appartamento da 140 mq in un palazzo appena costruito.
Poco dopo, stanchi di girare per hotel e case in affitto durante le torride estati siciliane tu e papà avete deciso di comprare una enorme casa al mare. E così è stato, da 25 anni abbiamo il nostro buen retiro su due piani in uno dei luoghi più incantevoli della costa trapanese.

Adesso, per punti, ti illustro la mia vita.

A 19 anni mi sono diplomata, liceo classico of course perché mi era stato detto che senza laurea non avrei mai fatto nulla nella vita e a 13 anni è difficile capire cosa è bene e cosa è male.

Mi iscrivo all’università, sbaglio facoltà, non ho un metodo di studio, insomma tra una cosa e l’altra resto impelagata e bloccata a Palermo fino ai 30. Colpa mia, lo so. Il mio più grosso rammarico, ho perso tempo in una cosa che poi, in fondo, mi è servita a ben poco.
Poi decido che a Palermo non avrò mai la possibilità di essere libera né di provare a fare quello che voglio. Quindi mi trasferisco a Milano. Adesso  lavoro, di anni ne ho 35. Ho un contratto a progetto. Non ho idea di cosa sarà di me tra 12 mesi. A fine contratto non avrò una liquidazione; non ho diritto ad ammalarmi, anzi se mi rompo una gamba e mi assento per un tot di giorni il mio contratto salta e dovrò ricominciare a cercare. Quando si dice ‘la salute prima di tutto’ eh? Nonostante questi piccoli dettagli amo il mio lavoro e potrei definirmi esagerando un po’ ‘una persona di successo’ che ha avuto piccole grandi soddisfazioni e tante dimostrazioni di stima….almeno quelle! :)
Convivo, il mio compagno di anni ne ha 33. Da 5 lavora in un settore che dovrebbe dargli un minimo di garanzia, invece lui di garanzie non ne ha. Dopo tre anni di onorato servizio presso un prestigioso istituto bancario, proprio ieri, lo hanno fatto fuori con un ‘preavviso’ di mezza giornata. Da lunedì ricomincia a cercare. Intanto ci ritroviamo monoreddito! Questo significa che dovrà accontentarsi di quello che arriva perché la vita reale, quella di oggi , del 2010, non è dover pagare il mutuo della prima o della seconda casa, non è dover pagare le rate della macchina, non è dover pagare la pelliccia. La vita reale è pagare l’affitto il prossimo mese,  pur non sapendo dove sarai effettivamente tra un mese.  La vita reale è ricoprire ruoli di responsabilità e non contare cmq nulla; è sapere che se lavori male ti fanno fuori in 24 ore ma che faranno lo stesso anche se lavori bene perché non esiste alcun tipo di riconoscimento né di tutela per quello che fai. Nessuno di noi chiede ‘il posto fisso’ come si usava ai vostri tempi, vorremmo soltanto che ci venisse concessa la possibilità di avere un minimo di certezze e di dignità.
Possibili soluzioni? Mettersi in proprio? Fare impresa? Certo ci sta anche quello ma non tutti hanno la stessa predisposizione a lavorare in modo autonomo. E se tutti i precari di oggi si mettessero a fare impresa quale sarebbe il risultato?
La vostra generazione ha lavorato ma i frutti del lavoro che avete svolto, adesso, sono tangibili; tanto da essere diventati i veri ammortizzatori sociali del 2000.
Non è colpa vostra se non capite, purtroppo la vostra esperienza è troppo diversa dalla nostra o forse eravate più incoscienti. Sta di fatto che tu e papà, come tutti i genitori dei miei amici, avete avuto la possibilità di comprare una casa e di realizzare un progetto senza dover chiedere niente a nessuno.

Ieri Castelli ha detto alla ‘giovane’ siciliana che sapeva soltanto lamentarsi; invece vi si chiede soltanto di aprire gli occhi.

Tu  mi hai insegnato l’importanza dell’essere autonomi;  pensi che adesso potrei mai accettare da parte vostra un aiuto per mantenere quel figlio che non potrò mai permettermi?

Reset

Mi rendo conto soltanto adesso di aver sperimentato nel giro di pochi giorni, e in circostanze assolutamente diverse tra loro, l’incredibile sensazione di essere fondamentale e di non contare un cazzo allo stesso tempo.
L’effetto è particolarmente spiazzante e difficile da catalogare.
Sarà per questo che mi sento sull’orlo di un piacevolissimo e intrigante precipizio?

26 Novembre 2009

Mancano 10 minuti alla fine di questo 26 Novembre 2009. Ho compiuto 35 anni. Lo scrivo e non mi sembra vero. Anzi, non sono neanche sicura che lo sia, forse mi sbaglio, forse è uno scherzo.
30 anni fa perdevo, con sorpresa e sgomento, i primi denti da latte lasciandomi dietro una scia di sangue che mia nonna fermava con un’ abbondante spolverata di zucchero.
25 anni fa iniziavano i miei problemi, peraltro mai risolti, con la matematica.
20 anni fa cadeva il Muro di Berlino ed io a vedere quelle scene di esultanza e commozione rabbrividivo e riempivo pagine di diario.
20 anni fa incontravo Paola sui banchi di scuola.
Con Paola siamo state amiche, sorelle, a volte (per poco e per stupide cazzate) nemiche.
Paola è diverse da me ma forse poi neanche troppo.
Mancano due minuti alla fine di questo 26 Novembre 2009 e Paola oggi è diventata mamma di Simone.
E i miei 35 anni non contano più.

Essere meno

Ho un difetto, grossissimo. Mi faccio troppe domande.
Per anni ho pensato che fosse un pregio, una qualità; oggi mi rendo conto che farsi troppe domande è una brutta malattia. Gli altri ti guardano come se tu fossi un appestato o un povero stronzo. Ma guarda questa che invece di schivare i colpi e camminare a testa bassa cerca ancora di capire. Capire cosa? Capire chi?

Mi piace capire le cose che faccio: se so cosa sto facendo la faccio meglio e sento di avere uno scopo.
Mi piace, nonostante la mia rinomata misantropia, capire le persone. Avere empatia per qualcuno e spesso, in questo, esagero.
Ma non riesco ad accontentarmi dell’istinto: cerco di capire, cerco di comprendere, di trovare una spiegazione a ogni comportamento, ad ogni atteggiamento.
Non si direbbe ma dò sempre una seconda possibilità.
E poi, prima di tutto, cerco di capire me stessa. Quando penso di esserci riuscita mi accorgo di colpo che invece non ho capito proprio nulla. E ricomincio a cercare ma nel frattempo è successo qualcosa che mi ha fatto cambiare, allora quello che valeva prima non vale più.
Lo ammetto, è stancante.
Soprattutto se questa tela, come faceva Penelope, continuo a sfilarla giorno dopo giorno.

Il mio pensiero va soprattutto alle persone che mi stanno accanto, che cercano di guarirmi da questa malattia spingendomi ad essere meno.
Essere meno presente, essere meno lucida, essere meno punto e basta.
Ci provo, davvero, ci provo… e se non riesco…abbiate pazienza.

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