Articoli marcati con tag ‘vita’

La Zia Simo

Non credo di aver mai avuto uno spiccato istinto materno, non mi scappa d’avere un figlio insomma. Amo alla follia il mio nipotino ma penso che 24 ore al giorno con un frugoletto che ti insegue e che ti cerca e che ha bisogno di te mi ucciderebbe. Dice che poi quando il figlio è tuo cambia tutto. Sarà..Il fatto è che anche quando faccio la zia vorrei riuscire a trasmettere tutto: amore, esperienza, protezione, sensazioni positive.
Tutto e sempre, in ogni momento. Allora mi dico che anche questo, in fondo, è  un po’ quello che chiamano senso materno. O forse no…forse è proprio più da Zia che da madre…non lo so..

La cosa che però mi perplime è che molte di queste cose vorrei riuscire a trasmetterle anche alle persone che mi sono vicine: amici, parenti e addirittura ‘colleghi’ :) . Mi scatta in automatico un meccanismo di protezione che non riesco a controllare, ancor di più nei confronti di chi è un po’ più giovane di me. Io vorrei poter esserci sempre e per tutti. Mi piace ‘condividere’ e a volte questa cosa mi torna indietro come un boomerang perché apparentemente non ho sovrastrutture e mi riesce difficile credere che, invece, gli altri le abbiano; così faccio sempre tutto quello che ritengo sia più giusto senza pensarci troppo.
Tanti mi ‘capiscono’ molti altri no, pensando che dietro al mio apparente distacco ci sia chissà cosa.
Del resto, come diceva Pirandello, ‘ognuno giudica come pensa’ e in un certo senso la cosa mi conforta.

Tutto questo per dire che se mi chiamate ‘Zia’ non mi offendo mica! :D

Attori

Fabio Chiesa

Gli attori celebrano la vita. Il loro corpo diventa strumento e mezzo per sentimenti, parole, psicologie di uomini che non esistono nella materia ma che rappresentano tutte le possibili varianti dell’essere umano. Gli attori danzano e muovono il loro corpo nello spazio come nessuna persona farebbe mai nella vita reale. Gli attori sono l’essenza dell’uomo che si libera di ogni regola, di ogni canone e di ogni aspettativa. Gli attori per ‘essere’ tutti gli altri uomini sono sempre alla ricerca; devono scavare, devono studiare, devono concentrare in un solo corpo l’energia di mille pulsioni diverse.
Un attore è un corpo dentro cui si agita la voce di infinite anime.
Per questo quando muore un attore resta soltanto un attonito silenzio.

Questo post è dedicato a Fabio Chiesa e alla sua capacità di rompere il silenzio.

26 Marzo 1912

Quando muore qualcuno in chi rimane c’è spesso il rimpianto di non aver detto o fatto quel qualcosa  necessario a rendere il ricordo meno doloroso. Io e mia nonna non ci siamo negate niente. Nel reciproco convincimento che avessimo un pessimo carattere ci siamo scontrate fino a quando lei ne ha avuto le forze ed io l’immaturità contestatrice necessaria. Poi ho cambiato città e lei, poco a poco, ha smesso di parlare, la sua anima battagliera ha lasciato il posto ad uno sguardo sempre più smarrito. Quando litigavamo nessuna delle due voleva cedere. Tutte e due pretendevamo di avere l’ultima parola. Nessuna delle due, però, ha mai smesso di prendersi cura l’una dell’altra. Le nostre vite si sono incastrate perfettamente per trenta velocissimi anni. Lei mi ha curato quando ero piccola, io l’ho fatto quando lei non riusciva più ad essere autonoma. La mattina, prima di mettermi a studiare preparavo il caffè e le chiedevo ‘Nonna vuoi un po’ di caffè?’ e lei ogni mattina rispondeva allo stesso modo ‘’Na uccia’. Una goccia. Ne voleva soltanto una goccia perché manifestare un bisogno o un desiderio era per lei segno di debolezza. Qualsiasi cosa le si mettesse nel piatto era troppo anche se, alla fine, non lasciava neanche le briciole. Qualsiasi festa o momento di divertimento era vissuto con un’ansia preparatoria che inevitabilmente rovinava l’atmosfera.
Mia nonna aveva deciso che era giusto negarsi le cose, soprattutto quelle che potevano renderla felice.
E in questo un po’ ci somigliamo.
Tra noi non c’era l’abitudine di scambiarsi baci o abbracci. Non era una donna fisica.
E, anche in questo, un po’ ci somigliamo.
Negli ultimi anni….

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Luce artificiale

luceartificialeMi prende così, magari subito dopo aver detto a qualcuno che sì, stare lontana da quegli orizzonti per me così naturali non mi pesa per nulla, che tutto è ok. Poi mi rendo conto che sono qui, avvolta nel grigio di questo inverno gelido che sembra non voler finire che fissa dentro un sottile strato di ghiaccio corpi e pensieri,  a cercare di immaginare che luce ci possa essere su quelle montagne che scendono, tra quelle onde che si agitano, su quell’acqua che segna il confine di tutto. E’ un pensiero che scorre parallelo a quello che mi guida nella vita di tutti i giorni; come se riuscissi a scindermi in due metà delocalizzate. Mi muovo per Milano, intanto i miei occhi rimandano al cervello la luce e i colori della mia città.
Forse non è sano e neanche normale, ma esiste altro modo per rimanere ancorati a ciò che si è stati costretti a lasciare andare?

Mia madre, il ministro Castelli e il pessimismo di noi ‘ggiovani’ quasi quarantenni.

MondelloCara mamma,

ieri sera guardando Anno Zero ho scoperto con orrore e sgomento che tu e l’ex Ministro Castelli avete qualcosa in comune; una visione completamente distorta della realtà in cui la mia massacrata generazione si trova a vivere.
Alla precaria siciliana che raccontava il difficile vissuto quotidiano lui ha risposto parlando di ottimismo e dei ‘sacrifici’ che anche la vostra generazione ha fatto in passato.

Cara mamma adesso devo per forza spiegarti, nuovamente, che esiste qualche piccola differenza tra quello che voi chiamate ‘sacrificio’ e quello che noi chiamiamo ‘non riuscire ad avere un progetto di vita’.

Vorrei partire da alcuni esempi pratici mettendo a confronto le nostre vite.

A 18 anni hai finito la scuola, diploma alle scuole magistrali, ti sei iscritta all’università, hai frequentato qualche lezione e poi hai scelto di lavorare.

A 21 anni ti sei sposata.

A 23 hai avuto il tuo primo figlio. Intanto papà provvedeva a mantenerti e la tua mamma che abitava nelle vicinanze ti aiutava nella gestione della casa e del pargoletto.

Quando avevi 29 anni sono arrivata io. Nel frattempo avevi iniziato ad insegnare, tu e papà avevate comprato il vostro primo appartamento e la nonna, rimasta sola, si era trasferita da voi consentendoti di tornare a lavorare tranquillamente. Non hai dovuto cercare un nido a cui affidare i piccolini strappati al sonno.

A 34 anni hai avuto la tua terza figlia e l’appartamento da 90 mq non andava più bene quindi tu e papà avete deciso di prendere una casa più grande in cui ognuno di noi avesse più spazio. E così è arrivato anche il secondo appartamento da 140 mq in un palazzo appena costruito.
Poco dopo, stanchi di girare per hotel e case in affitto durante le torride estati siciliane tu e papà avete deciso di comprare una enorme casa al mare. E così è stato, da 25 anni abbiamo il nostro buen retiro su due piani in uno dei luoghi più incantevoli della costa trapanese.

Adesso, per punti, ti illustro la mia vita.

A 19 anni mi sono diplomata, liceo classico of course perché mi era stato detto che senza laurea non avrei mai fatto nulla nella vita e a 13 anni è difficile capire cosa è bene e cosa è male.

Mi iscrivo all’università, sbaglio facoltà, non ho un metodo di studio, insomma tra una cosa e l’altra resto impelagata e bloccata a Palermo fino ai 30. Colpa mia, lo so. Il mio più grosso rammarico, ho perso tempo in una cosa che poi, in fondo, mi è servita a ben poco.
Poi decido che a Palermo non avrò mai la possibilità di essere libera né di provare a fare quello che voglio. Quindi mi trasferisco a Milano. Adesso  lavoro, di anni ne ho 35. Ho un contratto a progetto. Non ho idea di cosa sarà di me tra 12 mesi. A fine contratto non avrò una liquidazione; non ho diritto ad ammalarmi, anzi se mi rompo una gamba e mi assento per un tot di giorni il mio contratto salta e dovrò ricominciare a cercare. Quando si dice ‘la salute prima di tutto’ eh? Nonostante questi piccoli dettagli amo il mio lavoro e potrei definirmi esagerando un po’ ‘una persona di successo’ che ha avuto piccole grandi soddisfazioni e tante dimostrazioni di stima….almeno quelle! :)
Convivo, il mio compagno di anni ne ha 33. Da 5 lavora in un settore che dovrebbe dargli un minimo di garanzia, invece lui di garanzie non ne ha. Dopo tre anni di onorato servizio presso un prestigioso istituto bancario, proprio ieri, lo hanno fatto fuori con un ‘preavviso’ di mezza giornata. Da lunedì ricomincia a cercare. Intanto ci ritroviamo monoreddito! Questo significa che dovrà accontentarsi di quello che arriva perché la vita reale, quella di oggi , del 2010, non è dover pagare il mutuo della prima o della seconda casa, non è dover pagare le rate della macchina, non è dover pagare la pelliccia. La vita reale è pagare l’affitto il prossimo mese,  pur non sapendo dove sarai effettivamente tra un mese.  La vita reale è ricoprire ruoli di responsabilità e non contare cmq nulla; è sapere che se lavori male ti fanno fuori in 24 ore ma che faranno lo stesso anche se lavori bene perché non esiste alcun tipo di riconoscimento né di tutela per quello che fai. Nessuno di noi chiede ‘il posto fisso’ come si usava ai vostri tempi, vorremmo soltanto che ci venisse concessa la possibilità di avere un minimo di certezze e di dignità.
Possibili soluzioni? Mettersi in proprio? Fare impresa? Certo ci sta anche quello ma non tutti hanno la stessa predisposizione a lavorare in modo autonomo. E se tutti i precari di oggi si mettessero a fare impresa quale sarebbe il risultato?
La vostra generazione ha lavorato ma i frutti del lavoro che avete svolto, adesso, sono tangibili; tanto da essere diventati i veri ammortizzatori sociali del 2000.
Non è colpa vostra se non capite, purtroppo la vostra esperienza è troppo diversa dalla nostra o forse eravate più incoscienti. Sta di fatto che tu e papà, come tutti i genitori dei miei amici, avete avuto la possibilità di comprare una casa e di realizzare un progetto senza dover chiedere niente a nessuno.

Ieri Castelli ha detto alla ‘giovane’ siciliana che sapeva soltanto lamentarsi; invece vi si chiede soltanto di aprire gli occhi.

Tu  mi hai insegnato l’importanza dell’essere autonomi;  pensi che adesso potrei mai accettare da parte vostra un aiuto per mantenere quel figlio che non potrò mai permettermi?

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