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Che si fa?

Lo so, lo so, non scrivo più. Perdonatemi, sto attraversando una fase di assoluta introflessione. Dove sono finite le mie filippiche contro Berlusconi? M’è passata la voglia, tanto più parlo più lui fa quello che gli pare. Sono talmente incredula e indignata per quello che sta accadendo in questi giorni che non ho voglia nè di parlarne nè di commentare. A che servirebbe? Quello si compra tutto e parlardone anche soltanto per prenderlo per il culo è come regalargli qualcosa, perchè mentre noi siamo qui a inventarci slogan di protesta e tormentoni da far girare in rete lui porta avanti la sua opera di distruzione. Ci sono troppe altre persone fuori da queste quattro mura che non hanno strumenti per combattere e qui dentro si continua a rimbalzare gli uni sugli altri senza uscire dal recinto. A che serve? Lo stesso potrei dire di Palermo, leggo dappertutto della situazione che precipita, di una città allo sbando. Ma io lo dico a te, tu lo dici a me che lo so già e così all’infinito. Penso che quello che riusciamo a costruire qui dentro deve essere portato fuori, per strada; che per quanto possa essere potente il mezzo non lo è abbastanza, non per raggiungere quelle sacche che ne restano fuori. Quindi, intanto, il 13 sarò in piazza come facevo da giovane,
speriamo mi reggano le ginocchia!
Ne approfitterò per fare un po’ di foto e per capire dalle facce della gente cosa c’è davvero lì fuori e se non dovesse bastare farò di più. Perchè sono stanca ma non ce la faccio ad arrendermi!
Luce artificiale
Mi prende così, magari subito dopo aver detto a qualcuno che sì, stare lontana da quegli orizzonti per me così naturali non mi pesa per nulla, che tutto è ok. Poi mi rendo conto che sono qui, avvolta nel grigio di questo inverno gelido che sembra non voler finire che fissa dentro un sottile strato di ghiaccio corpi e pensieri, a cercare di immaginare che luce ci possa essere su quelle montagne che scendono, tra quelle onde che si agitano, su quell’acqua che segna il confine di tutto. E’ un pensiero che scorre parallelo a quello che mi guida nella vita di tutti i giorni; come se riuscissi a scindermi in due metà delocalizzate. Mi muovo per Milano, intanto i miei occhi rimandano al cervello la luce e i colori della mia città.
Forse non è sano e neanche normale, ma esiste altro modo per rimanere ancorati a ciò che si è stati costretti a lasciare andare?
Isolati
Qualcuno mi ha anche benevolmente accusato, era un uomo del Nord, di essere una di quelle siciliane da stereotipo, perdente e rinunciataria. Non lo sono, non più, forse lo sono stata.
Gli ultimi due anni li ho vissuto a Milano, circondata da decine di palermitani e siciliani distrutti dalla nostalgia di casa.
Io non ho questa nostalgia, non sento la mancanza della mia famiglia o degli amici; mi manca soltanto l’aria pesante del mare. Più forte della nostalgia è il rammarico per quello che potrebbe essere la Sicilia se solo la si conoscesse davvero, se anche noi siciliani imparassimo a renderci conto delle nostre risorse, umane soprattutto.
Certi giochi esistono davvero, ma fuori dai giochi c’è un mondo di persone che vive in modo normale, che si porta dietro un carico di ricordi e riti scaramantici. Come mia nonna che ha novantacinque anni, che ha visto due guerre e seppellito tutta la sua famiglia.
Gioca costantemente con la morte, la sfida da sempre, chiamandola su di sé come se non la temesse, salvo poi tremare di paura al più piccolo dei malori. Il sortilegio, comunque, sembra funzionare perché il suo apparente disprezzo per la vita ha convinto la morte a farle un torto, lasciandola vivere più a lungo di tutti, unica superstite di una famiglia numerosa. Non trovo nessun esempio che sia più siciliano di questo, disprezzare quello che si ama più di ogni altra cosa nella speranza di tenerselo ben stretto.




