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Cosa posso dire? Che riflessioni più o meno profonde posso fare? Ogni volta che mi viene voglia di scrivere qualcosa mi censuro, penso che non ci sia bisogno di aggiungere nient’altro al flusso ininterrotto di parole che da venerdì sera continua a riversarsi su questo spazio soltanto apparentemente infinito. Non credo di poter aggiungere nulla di valore, quindi che senso ha essere qui a scrivere di Parigi? Ecco, già soltanto scrivendo Parigi mi viene voglia di chiudere tutto perché sento che mi sto muovendo sul baratro della retorica. Come si fa a non essere retorici? Forse l’unica via di fuga alla retorica, in occasioni come queste, dovrebbe essere il cinismo. Ma perché dovrei essere cinica? Come si fa ad essere cinici, distaccati, analitici? Allora sono qui, inerme anch’io, a cercare di capire, anzi no, a cercare di comprendere ma non riesco. Veramente mi sfugge la logica di certi accadimenti. Ogni volta che leggo di un incidente aereo finisco per pensare agli ultimi momenti prima dell’impatto. Per istinto di conservazione mi dico sempre che deve essere stato tutto talmente repentino che chi si trovava a bordo probabilmente non ha sofferto, non ha capito nulla di ciò che stava capitando. So che serve soltanto ad incoraggiarmi, che è l’unico modo che ho per non cedere alla paura. Da venerdì sera penso a tutti i concerti a cui sono stata. Penso a quelli a cui andrò e al fatto che lo scorso venerdì dentro quella piccola sala probabilmente c’era qualcuno che ha deciso di andare all’ultimo momento o altri che sono rimasti fuori perché hanno fatto tardi in ufficio. Penso al caso e alle coincidenze che hanno cambiato il destino di centinaia di persone. Lì dentro tutti hanno avuto modo di capire, hanno avuto il tempo di aver paura e questo forse è l’aspetto peggiore. Non tanto restare senza vita su quel pavimento, quanto aver avuto tutto il tempo necessario per realizzare che quelli erano gli ultimi istanti o che qualunque movimento sbagliato avrebbe potuto essere fatale.
Me li immagino così i ragazzi del Bataclan, immobili e terrorizzati. Con la mente piena di pensieri e allo stesso tempo vuota, capace soltanto di chiedersi “perché”.

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