Antidoti
E’ passata poco più di una settimana da quando ho rimesso piede in Sicily. Di getto, la prima sensazione, è quella di non essere mai andata via. Come sia possibile dopo sei anni passati in un posto completamente diverso è difficile da capire. Però è così, Milano in un remotissimo passato è il posto in cui ho trascorso una parte della mia vita e adesso puff…è sparita in un soffio.
Siccome però non sono nuova a questi cambiamenti penso che questa sensazione, l’idea che in realtà ho ripreso una cosa interrotta nel punto esatto in cui l’avevo lasciata, passerà. Forse è soltanto un modo di riprendere contatto con qualcosa che per un po’ non è più stato nostro. Di certo c’è la perfetta padronanza di strade e paesaggi. L’incredibile fortuna di poter decidere di respirare un po’ di mare senza dover per forza prendere un aereo. Di certo è che a differenza di un paio di settimane fa il mio pensiero non si divide tra due realtà diverse. Se davvero esiste quella malattia che tanti prima di me hanno definito come ‘nostalgia dell’isola’ è evidente che sebbene pensassi di esserne immune in realtà ne sono stata contagiata.
Autoreferenziale ma condivisibile!
Mi chiedo come ci si debba sentire alla vigilia di un nuovo inizio. Sei anni fa non avevo idea di quello che Milano sarebbe stata per me. Oggi penso che senza Milano non sarei quella che sono. Che Milano mi ha tirato fuori, mi ha insegnato a vivere, a confrontarmi, a essere più indulgente con gli altri e, vagamente, anche con me stessa. Ha rimesso in ordine le mie priorità semplicemente mettendomi davanti alla realtà. Ha messo a repentaglio quello che ho di più importante e, senza la forza che ho maturato in questi lunghi 72 mesi, forse non ce l’avrei fatta. In generale, mi riconosco soltanto un merito, quello di essere una razionale che segue l’istinto. Non è facile decidere di dare una nuova scossa ad una vita che sembra già avviata, io voglio farlo.

Per istinto. Un istinto che per nove mesi ha razionalizzato e macinato presente, passato e futuro. Nove mesi fa il dubbio si è insinuato: è questa la vita che voglio? Poi quelle parole che mi ha fatto capire che niente sarebbe stato più come prima e che io per star bene avevo bisogno di ricominciare da un’altra parte. Qualcuno penserà che sia un tornare indietro. Io penso di essere finalmente pronta ad affrontare una realtà che prima facevo fatica a sopportare. Qualcun altro mi ha già chiesto se non la considero una sconfitta. Io la ritengo una vittoria e anche di un certo livello.
Sto scegliendo ancora una volta di vivere esattamente come voglio. Da Milano ho preso tutto quello che potevo e adesso torno alla base. La mia prossima missione sarà condividere con gli altri un po’ delle cose che ho imparato in questi anni.
Non so come ci si debba sentire alla vigilia di un nuovo inizio, forse così.
Ci sono occhi che guardano l’Isola
Sono nata in un posto incantato considerato da sempre scenario naturale per il cinema. I faraglioni di Scopello sono finiti dentro ad una produzione hollywoodiana e dentro lo spot di un operatore telefonico, cosa che di certo non li sminuisce. Frequento la Tonnara da sempre e credo che stancarsene sia impossibile. La preferisco soprattutto d’inverno, quando non ci sono bagnanti e auto incolonnate a fare da rumoroso sottofondo. Anche Palermo ha un discreto passato da attrice, Il Padrino, la Piovra ma anche Tano da Morire. Sogno di vederla un giorno come set di una magica storia normale. Probabilmente se fossi un regista me ne andrei in giro per tutta l’Isola alla ricerca di posti ancora poco conosciuti. Segnerei tutto su un taccuino e trasformerei i miei appunti in immagini. Se dovessi seguire un percorso immaginario partirei proprio da Palermo, passerei dalle Saline di Trapani e andrei giù verso Agrigento. Alla Scala dei Turchi, la bianca luminescente parete di marna, non mi limiterei a prendere appunti. Scatterei delle foto, ne studierei ogni angolazioni per carpirne il segreto e troverei il modo di restituirne tutta la bellezza anche sullo schemo. Difficile, forse impossibile. Come fare a ricreare quella luce così pura?
E poi c’è Catania, che tutti immaginano nera ma che io vedo verde, azzurra e blu come il mare su cui si affaccia. Perchè raccontare di un solo colore quando puoi raggiungere tutta la gamma?
Tornatore raccontava di un pianista in viaggio sull’Oceano, io potrei raccontare di due occhi che volano sopra un’isola.
Hemikranion

Si presenta con un lampo, ti guardi intorno cercando di capire chi ha scattato una foto. Nessuno; soltanto il tuo cervello che si prepara ad un attacco di emicrania. Primo flash, secondo flash, in gergo li chiamano scotomi. Quando iniziano sai già che avrai a disposizione ancora un po’ di tempo e poi entrerai in un tunnel fatto di stordimento, di fuga dalla luce, di nausea. Non c’è modo di spiegarlo a chi non ne ha mai avuto uno. Come fai a spiegare un dolore che ti trafigge, che trasforma il tuo occhio una palla infuocata, la tua nuca in ossa nude e pulsanti? Non c’è modo di spiegarlo. Gli attacchi durano due, tre, a volte quattro giorni e chissà perchè scelgono di manifestarsi molto spesso durante il weekend.
C’è una teoria che dice che quando non lavori i tuoi muscoli si rilassano e questo improvviso relax diventa il fattore scatenante della sofferenza. Allora, durante una delle crisi, arrivi a pensare che sarebbe meglio non avere neanche un minuto libero.
Gli attacchi notturni sono i peggiori perchè ti svegli nel cuore della notte, sudato, vittima di incubi che fai anche fatica a ricordare e tra un lampo e l’altro ti metti a rovistare alla ricerca di un paio di pastiglie che ti facciano star meglio. Ti sdrai ma il dolore si fa ancora più forte perchè il sangue si concentra lì, dove tutto ha origine. Allora fai una pila con i cuscini, provi a dormire da seduto mentre intanto con una mano copri l’occhio, trafitto dolorosamente anche dal puntino a led della tv.
Non c’è modo di spiegare cosa sia un attacco di emicrania.
Lo scrivo mentre ancora parte della mia nuca pulsa e il mio cervello cerca respiro.
Lo scrivo sperando che domani la nebbia si sia diradata ed io possa riprendere possesso della mia vita.
Così io ti prendo per mano e ti porto con me….

La bellezza dell’arte è che chi ne usufruisce crea un legame invisibile, personale e univoco con l’artista creatore. Succede con i dipinti; guardando una tela viene quasi spontaneo chiedersi di chi fosse la mano che l’ha dipinta e perchè abbia deciso di dipingerla proprio in quel modo. Succede con i film; perchè il regista ha voluto quella scena? Perchè ha cercato quei colori? Quanto ci sarà di biografico in quello che si vede sullo schermo?
Ovviamente questo legame fatto di curiosità ma anche di corrispondenze e di affinità lo ritrovi anche nella musica.
Daniele Silvestri ho imparato a conoscerlo presto, forse nel ’95. Io avevo 20 anni e lui giusto un paio di più. Ho sempre pensato che fosse un artista ‘onesto’ e che avesse qualcosa da dire; che in qualche modo con le sue canzoni potesse dar voce anche a me. Il bello dell’arte è anche questo: ritrovarsi attraverso gli altri. Con Daniele e sempre andata così, ha sempre trovato le parole che a me mancavano e che di sicuro non avrei saputo mettere in musica.
Mi piace considerarlo un amico con cui si viaggia in parallelo. E proprio il viaggio è il tema del tour che Daniele sta portando in giro con L’Orchestra di Piazza Vittorio. Il concerto del 9 settembre al Palasharp ha seguito un percorso lungo e con tante tappe. Dalla Francia, a Marte, al Senegal, alla Tunisia, alla Puglia per poi attraccare inesorabile a Cuba e alla voce del Che.
I suoni di Daniele si sono mescolati a quelli dell’Orchestra senza traumi, in un continuo movimento fluido, limpido, ricco di voci, strumenti e voglia di suonare.
Se Daniele Silvestri dovesse capitare dalle vostra parti con l’Orchestra di Piazza Vittorio e il loro Road Concert non fatevi sfuggire l’occasione di saltare a bordo! E indossate roba comoda, non ci sarà il tempo di fermarsi un attimo!




