Il senso di The Artist ai giorni nostri

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Con colpevole ritardo ho finalmente visto The Artist, per fortuna esiste ancora la tradizionale cinerassegna dell’Aurora! Il film va assolutamente visto al cinema, perchè richiede una capacità di concentrazione a cui noi spettatori del 2000 non siamo più abituati. A casa basterebbero i primi dieci minuti per avere la tentazione di pigiare tutti i tasti del telecomando. Il film, ormai lo sapete tutti, è un film muto e in bianco e nero. Questo si traduce in una necessaria attenzione a ciò che avviene sullo schermo, non ci sono dialoghi a cui appigliarsi, non c’è il frastuono della metropoli post-moderna che confonde e che, già di per sè, è un messaggio. In The Artist ci sono soltanto volti, corpi e musica. La storia è semplice, una storia d’amore difficile vissuta a cavallo del passaggio dal muto al sonoro. Protagonisti/antagonisti sono il più grande attore dell’era che sta per finire e la giovane attrice che, con determinazione, si farà strada sui set dei film parlati. E così mentre George Valentin si avvia lungo il viale del tramonto la bella Penny Miller ascende fino a diventare una star. Il passato e il presente inevitabilmente si scontrano fino a che non capiscono di avere una radice comune affondata in una storia più grande di loro, sarà infatti il condiviso amore per il cinema che aiuterà George e Penny a superare le distanze.
Che senso ha un film muto nel 2011? Cosa può darci più di un film muto girato negli anni 20? Un paio di cose che considero essenziali; intanto la possibilità di vivere un’esperienza sensoriale che trova sempre meno spazio in sala. Il 3D, l’Imax, le sale da 700 posti ti invitano a provare emozioni a 360 gradi, ti promettono il coinvolgimento di tutti i sensi. Vogliono abbattere il confine naturale che c’è tra la realtà e la finzione. The Artist viaggia nella direzione opposta a partire già dal formato che è quell’1,33 che si utilizzava per i film muti su 35mm. Per i primi minuti dunque lo schermo sembra piccolo e lontano e perdersi anche soltanto un frame è come non aver ‘sentito’ un intero dialogo. Poco a poco ci si rende conto che l’unico senso che si sta utilizzando è la vista. E allora lo spettatore recupera dettagli che normalmente sono tralasciati o soffocati dalle parole: un lampo nello sguardo, un’emozione che traspare lentamente e diventa violenta all’improvviso. E ancora, una maggiore attenzione permette di cogliere rimandi e piccole citazioni che l’autore ha disseminato qui e lì e, come in una caccia al tesoro visiva, si raccolgono indizi che contribuiscono alla creazione di ogni singolo personaggio; esemplare la costruzione della signora Valentin, che esprime il suo disappunto e la sua infelicità scarabocchiando tutte le foto del marito pubblicate dai rotocalchi hollywoodiani. Pochi tratti visivi che esprimono alla perfezione la sua condizione di disagio emotivo. Il lavoro svolto dal regista e sceneggiatore Michel Hazanavicius non deve essere stato facile, suppongo abbia lavorato per sottrazione, mettendo da parte tutti gli artifici retorici che in genere si usano per concentrarsi esclusivamente sugli elementi essenziali delle scene sperando forse che fosse poi lo spettatore in sala a mettere insieme il tutto.
The Artist è un film da vedere e con cui giocare.

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