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In piccionaia

lampascalaCon il vestito della festa e la macchina fotografica nella borsetta faccio il mio ingresso al Teatro Alla Scala! No, non sono diventata ricca e non ho risolto i miei problemi di precarietà, ho semplicemente approfittato di un’occasione unica per mettere piede all’interno del Teatro fra i teatri. Con gli altri ci siamo dati appuntamento davanti all’ingresso principale, infreddoliti ed eccitati fingiamo di essere dei baùscia preoccupati per l’appiattimento intellettuale e culturale della città….Milano non è più come una volta…pvopvio no!
Siamo un pò Conte Max e un pò Fantozzi a casa Serbelloni MazzantiVienDalMare. Cerchiamo così di sentirci meno inadeguati. Che poi inadeguati cosa? Siamo forse meno di Valeria Marini e Marta Marzotto?
Il foyer è illuminato a festa, lampadari e stucchi risplendono di un’abbagliante luce bianca, la intravedo dalle porte di legno stuccate d’oro che ogni tanto si aprono lasciando trapelare respiri e voci. Mi avvicino e mostro il biglietto alla maschera che, gentile, mi dice che il mio ingresso non è dalla porta principale, non è dalla
sala tutta stucchi e risate cristalline, ma sul retro.E’ ovvio non abbiamo dei posti in prima fila, ma perchè questa mortificante discriminazione?
Per trovare il nostro ingresso siamo costretti ad uscire di nuovo nel freddo buio della notte milanese e a girare l’angolo . Non ha stucchi e non ha porte, è proprio un triste accesso di terza classe e ci sono pure le bacheche con i contatori della luce ben in vista. E poi le scale, 5 o 7 piani non lo so. Perdo il conto mentre mando giù un gradino dopo l’altro. Dove ci stanno mandando? Sul tetto a rimirar le stelle?
Arriviamo in fondo, ultimo piano, le scale si interrompono, siamo alla Galleria Nera.galleria
Tocco il cielo con un dito e non è un modo di dire. Io e il lampadario centrale ci guardiamo dritti negli occhi.
La Galleria Nera è composta da due file di seggiolini in velluto amaranto,sono talmente piccoli e vicini che il contatto fisico con chi ti siede accanto è quasi inevitabile, così come è inevitabile che le tue ginocchia tocchino la poltroncina della fila davanti. Certo è un bel colpo d’occhio, vedi tutto il teatro dall’alto, vedi i palchetti, vedi Formigoni seduto comodamente nel mega palco imperiale, vedi gli appassionati che battono il tempo. Dalla Galleria Nera vedi tutto tranne che il palco. Già, non ho visto nulla di quello che accadeva in scena, ok era un concerto e non era importante vedere, bastava sentire. Anzi  mentre andava la musica di Bartòk sono anche riuscita a viaggiare di fantasia, a sentirmi come in un romanzo di Tolstoj e quasi riappacificata col mondo. tettoscalaNon ho visto neanche il violista che a metà concerto è svenuto, cadendo rovinosamente tra musicisti e strumenti. E che vergogna all’intervallo farsi scattare le foto come se fossimo in gita! Poveri ma terroni!
Come ha detto uno dei nostri,  non ci siamo fatti mancare nulla,  e ce lo ricorderemo a lungo perchè sarà molto ma molto dura che Alla Scala si possa ritornare, anche soltanto per sentire.

 

 

 


Grazie Verry

Oggi sto davvero meglio! Mi sento rinfrancata e nel rileggere le parole che soltanto ieri scrivevo, quasi non mi riconosco più. Devo ringraziare Veronica per questo, che con poche parole mi ha fatto capire che tutti i miei affanni sono inutili, perchè io ho già tutto ciò che serve. Ha ragione Veronica quando dice che nella vita non ci sono soltanto soldi e successo; dovremmo smetterla di correre dietro alla realizzazione fuori dalle mura di casa. Io sono l’angelo morale! Io trasformo il sentimento in gesto…e non mi serve altro. Ma ho voglia di condividere con voi, amici miei cari, le parole che Veronica mi ha scritto. Così decido di pubblicare la lettera che proprio stamattina mi ha inviato; lo so, rompo un patto di riservatezza ma se le sue parole hanno illuminato me e magari potranno aiutare anche voi.

Madre Teresa ci ha insegnato la capacità di accogliere i bambini e di accompagnare la morte. Di guardare tutto con gli stessi occhi: una mano posta sulla testa di un bambino e una posta sulla testa di un moribondo. La capacità di accostarsi con la stessa gioia dell’amore, del dono, della carità. Madre Teresa di Calcutta, un angelo incarnato che si carica delle sofferenze altrui(…)raffigura un sentimento superiore. La capacità di tradurre il sentimento in azioni concrete, il sacrificio «dare finché fa male», l’amore per gli altri non appartengono solo a un personaggio eccezionale, ma sono propri di ogni donna. Nell’azione l’amore diventa dono e rispetto(…)Abbiamo bisogno che venga riconosciuto e amato il sentimento che ci anima perché si possa esprimere al meglio la nostra forza interiore. Se all’interno della coppia, della famiglia, della società, l’uomo scorgesse nella donna questo valore, tale virtù fiorirebbe nel modo più semplice e bello. Apparirebbe l’angelo, la donna che nella società dà il meglio di sé. L’angelo morale, capace di spiritualità e di praticità, in grado di rendere grandi le piccole cose: disposta a offrire sempre una carezza, che commuove fino a far piangere, o di servire attraverso semplici gesti domestici. Unisce così, con grande umiltà, vita pratica e spirituale, le media, le fa vivere insieme. Qui l’unicità delle donne(…) Se tutto ciò nella donna non viene affermato…. tale positività può trasformarsi in frustrazione, perché la donna perde la sua essenza quando non le viene riconosciuto il suo valore. Perde l’identità e scivola a emulare il modello maschile: da sempre immagine di successo, potere, denaro e carriera. Così facendo, rinuncia a un’altra parte peculiare di sé: la creatività. Quell’arte, che nelle sue varie forme è anche capacità di creare relazione, di trovare occasioni di dialogo, momenti di condivisione e di confidenza; una fecondità che ha bisogno di essere corrisposta. Gli uomini, però, vivono un momento in cui non vogliono aprire il dialogo con il sentimento femminile e assistiamo alla crescita di realtà che intrappolano la donna in uno schema di fisicità e consumo. Ma tutto quello che vuole separare il mondo femminile dalla sua capacità di donare amore diventa un mondo di esseri malati di solitudine — call centre, chat line, per limitarci a due esempi noti — al punto che non ha più una valenza la distinzione tra i sessi. Recuperiamo amore, rispetto, ascolto e dialogo. Questo è il riscatto. In alcune realtà della civiltà islamica alle bambine viene negato il diritto allo studio, perché non serve al ruolo che dovranno ricoprire. È la regola, la loro cultura. Nella nostra civiltà, invece, alle donne viene offerta una formazione e un’istruzione. Ma nonostante ciò, il mondo occidentale manca le sue promesse con le donne e la nostra cultura resta ambigua(…)In una società, in cui tutti sanno che sono la professione e il denaro a offrire un’identità e dove le materie umanistiche non hanno che uno scarso sbocco nel mondo del lavoro, a vantaggio di quelle più tecniche e tecnologiche, assistiamo a una fase di regressione culturale anche nella vita di tutti i giorni. Del resto, quando si sostituiscono televisione, videogiochi, computer, sms, i-pod al dialogo, e il linguaggio, per un’infinità di ragioni, diventa sempre più misero, quando non si fa più lo sforzo di comunicare i propri sentimenti e le proprie paure, inizia un’abitudine al silenzio, che è il silenzio dell’anima e del pensiero, una vera e propria violenza psicologica. La cultura, poi, è anche speranza: arricchisce e sostiene la virtù dei sentimenti, rappresentando ancora oggi un futuro di salvezza(…)Gli uomini che non si interrogano sull’«arte del sentimento femminile» perdono la possibilità di trasmettere qualcosa di essenziale alle generazioni future, in un vuoto e inconsistente narcisismo. Nella condivisione, nel dialogo della famiglia, negli affetti si costruisce l’interrogativo di senso della vita come risposta alle richieste dei figli, che apre il loro futuro e chiude le porte alla possibilità di perdersi. Se l’uomo non impara a contribuire al riconoscimento del valore femminile nasceranno generazioni morte, che non saranno sostenute né da valori morali né dal sentimento dell’amore. C’è un lamento femminile che va a pregiudicare il rapporto tra uomini e donne, in quanto la relazione viene spostata sul piano della fisicità, dimenticando la persona. Una sofferenza che deriva dalla delusione e dalla mancanza di prospettive. Sulla scena internazionale vediamo, invece, che le donne stanno diventando un fattore determinante, se non strategico, per ottenere il consenso femminile. Ma le donne che emergono offrono troppo spesso un’immagine ritagliata sul modello maschile, una sovrapposizione che non distingue, non riconosce il valore della differenza, perdente. La donna non deve rinunciare alle sue peculiari potenzialità, calpestandole con la convinzione che l’altro modello faccia vivere meglio.Oggi la società conosce la capacità delle donne di produrre ricchezza. Ma questa capacità è nata e si è sviluppata nella solidarietà e nella reciprocità verso la famiglia, portando a una donna sempre più autonoma. Quel che c’era da imparare lo ha imparato, è quello che è stato mortificato che rischia di non ritrovare più. Chi sostituisce il ruolo centrale della donna nella famiglia? Gli uomini dovrebbero recuperare una capacità superiore di relazione e pensare alla donna come a un’entità eccezionale, un essere speciale. E la donna deve essere forte di questa convinzione, valorizzando il suo «sentire», la sua capacità di «pre-vedere», che può dare contenuti ai legami affettivi e non andare incontro a una desertificazione del sentimento(…) Non uccidiamo l’angelo, che è presenza morale e che incarna una forza d’amore, che ha solo bisogno di essere compresa(…)

Vola sciù sciù….vattinne và

Arriva Oronzo Canà con cast da urlo! Lino Banfi, Anna Falchi, Andrea Roncato, Totti e Del Piero.
Dai trailers risulta evidente che il film è stato girato con tremila lire! Ma sarà sicuramente un successo!
C’è qualcuno che come me trova Lino Banfi insopportabile? Per quanto ancora ci racconterà di quanto era povero e di quando girava l’Italia con Macario e la rivista per un piatto di pasta? Per quanto ancora lo vedremo con il mento che trema davanti alla standing ovation di uno studio televisivo? E in che rapporti era con Padre Pio? Sono certa che tra i suoi cimeli ci sarà anche una foto con il Santo dei Santi! O no?

Se incrociate Filippo Timi fermatevi ad ascoltare!

Mi piace pensare di aver fiuto nell’individuare il talento. Se guardando un film o sentendo una canzone o guardando uno spettacolo a teatro la mia attenzione viene colpita da qualcuno, presto o tardi, questo qualcuno esplode!
Così succede che quasi dieci anni fa, mi ritrovo in una stanzetta della vecchia sede del Teatro Libero di Palermo, (chi è della città sa quanto fosse bella e suggestiva la vecchia sede dell’unico teatro di sperimentazione della città) insieme ad altri ragazzi appassionati di teatro. L’occasione è l’incontro con una giovane compagnia di teatro composta da tre ragazzi: un architetto, un musicista (mi pare) ed un attore balbuziente. L’attore era Filippo Timi che per un pomeriggio intero riuscì a stregarci con i suoi racconti tartaglianti sul teatro e sulla vita. Carismatico, coinvolgente, incredibilmente capace di comunicare con tutto il suo corpo; gli occhi, le mani, il modo di muoversi sulla sedia, persino i capelli selvaggi sembravano volerci dire qualcosa. Negli anni, poi, ho cercato di seguirne le tracce; adesso il lavoro da segugio è molto più semplice perchè ormai Filippo è esploso: due film nelle sale, quello di Ozpetek ed il nuovo di Saverio Costanzo ed un libro autobiografico molto apprezzato. Le sue apparizioni televisive raccolgono schiere di proseliti; negli anni non ha perso la sua strordinaria efficacia comunicativa, perchè di sicuro Filippo racchiude qualcosa di inspiegabile che gli permette di raggiungere tutti, in modo semplice e diretto. Se vi capita di incrociarlo fermatevi ad ascoltare.

Filippo Luna in Nuovomondo

Metti che una sera vai al cinema a vedere un film che sta facendo molto parlare di sè: "Nuovomondo". Metti che ad un certo punto appaia uno di quegli attori che riescono ad essere credibili in qualsiasi ruolo. Metti che questo attore, siciliano, si chiami Filippo Luna e con che lui hai diviso, per mesi, lacrime e sudore. Diventa inevitabile essere orgogliose di lui e di te che ne hai sempre stimato il talento. Filippo Luna è un attore vero, come non se ne vedono più.  Non fa l’attore solo per vanità ma mette tutto se stesso quando è sul palco; è uno di quelli che se qualcosa va storto è pronto a mettersi in discussione o ad inghiottire bocconi amari. Recitare per lui è darsi senza limiti, al pubblico, al regista ma anche e soprattutto ai suoi colleghi. Nei mesi che abbiamo passato insieme ho imparato a capirne umori e sguardi e quando la tensione dietro le quinte arrivava alle stelle si trovava sempre il modo di stemperarla. Spero che Nuovomondo sia per lui un trampolino di lancio verso il cinema e se vi capita di leggere il suo nome su un cartellone andate a vederlo a teatro! Non ve ne pentirete!
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