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26 Marzo 1912

Quando muore qualcuno in chi rimane c’è spesso il rimpianto di non aver detto o fatto quel qualcosa  necessario a rendere il ricordo meno doloroso. Io e mia nonna non ci siamo negate niente. Nel reciproco convincimento che avessimo un pessimo carattere ci siamo scontrate fino a quando lei ne ha avuto le forze ed io l’immaturità contestatrice necessaria. Poi ho cambiato città e lei, poco a poco, ha smesso di parlare, la sua anima battagliera ha lasciato il posto ad uno sguardo sempre più smarrito. Quando litigavamo nessuna delle due voleva cedere. Tutte e due pretendevamo di avere l’ultima parola. Nessuna delle due, però, ha mai smesso di prendersi cura l’una dell’altra. Le nostre vite si sono incastrate perfettamente per trenta velocissimi anni. Lei mi ha curato quando ero piccola, io l’ho fatto quando lei non riusciva più ad essere autonoma. La mattina, prima di mettermi a studiare preparavo il caffè e le chiedevo ‘Nonna vuoi un po’ di caffè?’ e lei ogni mattina rispondeva allo stesso modo ‘’Na uccia’. Una goccia. Ne voleva soltanto una goccia perché manifestare un bisogno o un desiderio era per lei segno di debolezza. Qualsiasi cosa le si mettesse nel piatto era troppo anche se, alla fine, non lasciava neanche le briciole. Qualsiasi festa o momento di divertimento era vissuto con un’ansia preparatoria che inevitabilmente rovinava l’atmosfera.
Mia nonna aveva deciso che era giusto negarsi le cose, soprattutto quelle che potevano renderla felice.
E in questo un po’ ci somigliamo.
Tra noi non c’era l’abitudine di scambiarsi baci o abbracci. Non era una donna fisica.
E, anche in questo, un po’ ci somigliamo.
Negli ultimi anni….

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Luce artificiale

luceartificialeMi prende così, magari subito dopo aver detto a qualcuno che sì, stare lontana da quegli orizzonti per me così naturali non mi pesa per nulla, che tutto è ok. Poi mi rendo conto che sono qui, avvolta nel grigio di questo inverno gelido che sembra non voler finire che fissa dentro un sottile strato di ghiaccio corpi e pensieri,  a cercare di immaginare che luce ci possa essere su quelle montagne che scendono, tra quelle onde che si agitano, su quell’acqua che segna il confine di tutto. E’ un pensiero che scorre parallelo a quello che mi guida nella vita di tutti i giorni; come se riuscissi a scindermi in due metà delocalizzate. Mi muovo per Milano, intanto i miei occhi rimandano al cervello la luce e i colori della mia città.
Forse non è sano e neanche normale, ma esiste altro modo per rimanere ancorati a ciò che si è stati costretti a lasciare andare?

26 Novembre 2009

Mancano 10 minuti alla fine di questo 26 Novembre 2009. Ho compiuto 35 anni. Lo scrivo e non mi sembra vero. Anzi, non sono neanche sicura che lo sia, forse mi sbaglio, forse è uno scherzo.
30 anni fa perdevo, con sorpresa e sgomento, i primi denti da latte lasciandomi dietro una scia di sangue che mia nonna fermava con un’ abbondante spolverata di zucchero.
25 anni fa iniziavano i miei problemi, peraltro mai risolti, con la matematica.
20 anni fa cadeva il Muro di Berlino ed io a vedere quelle scene di esultanza e commozione rabbrividivo e riempivo pagine di diario.
20 anni fa incontravo Paola sui banchi di scuola.
Con Paola siamo state amiche, sorelle, a volte (per poco e per stupide cazzate) nemiche.
Paola è diverse da me ma forse poi neanche troppo.
Mancano due minuti alla fine di questo 26 Novembre 2009 e Paola oggi è diventata mamma di Simone.
E i miei 35 anni non contano più.

Essere meno

Ho un difetto, grossissimo. Mi faccio troppe domande.
Per anni ho pensato che fosse un pregio, una qualità; oggi mi rendo conto che farsi troppe domande è una brutta malattia. Gli altri ti guardano come se tu fossi un appestato o un povero stronzo. Ma guarda questa che invece di schivare i colpi e camminare a testa bassa cerca ancora di capire. Capire cosa? Capire chi?

Mi piace capire le cose che faccio: se so cosa sto facendo la faccio meglio e sento di avere uno scopo.
Mi piace, nonostante la mia rinomata misantropia, capire le persone. Avere empatia per qualcuno e spesso, in questo, esagero.
Ma non riesco ad accontentarmi dell’istinto: cerco di capire, cerco di comprendere, di trovare una spiegazione a ogni comportamento, ad ogni atteggiamento.
Non si direbbe ma dò sempre una seconda possibilità.
E poi, prima di tutto, cerco di capire me stessa. Quando penso di esserci riuscita mi accorgo di colpo che invece non ho capito proprio nulla. E ricomincio a cercare ma nel frattempo è successo qualcosa che mi ha fatto cambiare, allora quello che valeva prima non vale più.
Lo ammetto, è stancante.
Soprattutto se questa tela, come faceva Penelope, continuo a sfilarla giorno dopo giorno.

Il mio pensiero va soprattutto alle persone che mi stanno accanto, che cercano di guarirmi da questa malattia spingendomi ad essere meno.
Essere meno presente, essere meno lucida, essere meno punto e basta.
Ci provo, davvero, ci provo… e se non riesco…abbiate pazienza.

Tutto in una notte…

Finisce una settimana assurda che sembra essere durata un mese. Piena di sconvolgimenti emotivi , fisici, morali e chi più ne ha più ne metta.
Perchè io, mi sembra d’averlo già detto, sono una ragazza sensibile e anche schiacciare una zanzara contro al muro fa di me un’assassina seriale.
Era il 2000 quando per un caso fortuito ho ascoltato,per la prima volta, un brano di Moltheni.
Era Martedì scorso, a quasi dieci anni da quel primo incontro, quando finalmente ho potuto seguire dal vivo uno dei suoi concerti.
Al di là della particolarità musicale, Moltheni ha il dono. Ma non un dono qualsiasi, ha il dono particolare di saper intrecciare le parole non soltanto tra di loro ma anche a delle immagini. Ascoltare la sua musica è guardare un film, entrare in un immaginario che forse non esiste ma che cambieresti volentieri con tutto ciò che ti circonda. Non è facile, non è facile per niente. Però lui ci riesce. E quando parte il giro di chitarra di Corallo cosa puoi fare? Niente. Aspettare che il cuore recuperi il giusto ritmo, la giusta velocità.
Cercare di rendere regolare il respiro mentre un vento rovente ti scompiglia sottopelle.

Ieri sera poi, lo scenario cambia completamente e dalle 200 anime del live di Moltheni mi ritrovo catapultata tra i 60.000 dei Depeche Mode a San Siro. Anche questo era un momento atteso a lungo..Facciamo più o meno 20 anni? 20 anni sono una vita! E i Depeche sono lì, compagni fedeli, pronti a suonare per te quando hai bisogno di stare al buio o semplicemente di ascoltare dei suoni che possano avvicinarti a tutto quello che c’è fuori di qui. Sarà un caso che il loro ultimo disco si intitoli Sounds of the Universe? Credo di no e mi sembra anche una definizione perfetta per le loro composizioni. E’ una musica che arriva da lontano e che ti porta in alto. E in alcuni momenti sono soltanto vertigini.
Per capire di cosa sto parlando andate al 4.20 di questo video e arrivate fino in fondo!

 

 

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