26 Marzo 1912

Quando muore qualcuno in chi rimane c’è spesso il rimpianto di non aver detto o fatto quel qualcosa  necessario a rendere il ricordo meno doloroso. Io e mia nonna non ci siamo negate niente. Nel reciproco convincimento che avessimo un pessimo carattere ci siamo scontrate fino a quando lei ne ha avuto le forze ed io l’immaturità contestatrice necessaria. Poi ho cambiato città e lei, poco a poco, ha smesso di parlare, la sua anima battagliera ha lasciato il posto ad uno sguardo sempre più smarrito. Quando litigavamo nessuna delle due voleva cedere. Tutte e due pretendevamo di avere l’ultima parola. Nessuna delle due, però, ha mai smesso di prendersi cura l’una dell’altra. Le nostre vite si sono incastrate perfettamente per trenta velocissimi anni. Lei mi ha curato quando ero piccola, io l’ho fatto quando lei non riusciva più ad essere autonoma. La mattina, prima di mettermi a studiare preparavo il caffè e le chiedevo ‘Nonna vuoi un po’ di caffè?’ e lei ogni mattina rispondeva allo stesso modo ‘’Na uccia’. Una goccia. Ne voleva soltanto una goccia perché manifestare un bisogno o un desiderio era per lei segno di debolezza. Qualsiasi cosa le si mettesse nel piatto era troppo anche se, alla fine, non lasciava neanche le briciole. Qualsiasi festa o momento di divertimento era vissuto con un’ansia preparatoria che inevitabilmente rovinava l’atmosfera.
Mia nonna aveva deciso che era giusto negarsi le cose, soprattutto quelle che potevano renderla felice.
E in questo un po’ ci somigliamo.
Tra noi non c’era l’abitudine di scambiarsi baci o abbracci. Non era una donna fisica.
E, anche in questo, un po’ ci somigliamo.
Negli ultimi anni….

ogni volta che tornavo a casa, andavo a salutarla come se fossi appena uscita di casa anche se in realtà mancavo da mesi. Lei mi guardava con distacco, come se non mi riconoscesse. Allora mi avvicinavo fin quasi a sfiorarle il viso mentre intanto mia madre la incoraggiava ‘Mamma, guardala..chi è?’ Allora lei iniziava a scrutarmi stringendo ancora di più gli occhi indeboliti per meglio mettermi a fuoco. Iniziava questa lenta ispezione con un movimento leggermente rotatorio del capo. Io assecondavo il movimento ruotando a mia volta il viso per farmi studiare. Poi ad un tratto si fermava e mi fermavo anch’io. Iniziava a fissarmi più o meno all’altezza del naso e diceva ‘Ma cu è cu stu pezz’i nasu?…Simona?!’, soffocando un sorriso faceva intendere che con un nasone simile non potevo che essere la sua Simona. Questo era il nostro gioco, perché mi piace pensare che in realtà lei mi riconoscesse da subito, ogni volta, e che le piacesse avvicinarsi a me in quel modo originale e diverso dalle forme di saluto che più si addicono a nonna e nipote.
Non ci siamo negate nulla, penso però che mi resterà per sempre una forma di nostalgia per quegli anni della sua vita che hanno preceduto il mio arrivo. Avrei voluto conoscerla prima. Avrei voluto incontrare Tina prima che diventasse nonna, prima che diventasse madre. Cerco degli indizi nelle vecchie foto ma è difficile, impossibile, riuscire a capire come fosse Tina a vent’anni, quali fossero le sue speranze. E’ sempre ritratta con Sarina e Teresa, le sue due sorelle. Tutte e tre sono sempre ben vestite, ben pettinate, hanno uno sguardo serio e quasi mai accennano ad un sorriso. Erano figlie di un carabiniere rimasto vedovo troppo presto e con troppi figli da tirar su. Forse per loro non c’è mai stato il tempo della leggerezza. Probabilmente se l’avessi conosciuta a quell’epoca la Tina ventenne non mi avrebbe raccontato nulla, avrebbe mantenuto la sua riservatezza e probabilmente mi avrebbe anche considerato una terribile impicciona.
Di sicuro avremmo litigato.

Oggi mia nonna avrebbe compiuto 98 anni, non saprò mai se la Tina ventenne aveva almeno in parte realizzato ciò che voleva o se si aspettasse di vivere così a lungo.
Di sicuro non aveva progettato di lasciare un segno così profondo nella vita delle persone che l’hanno incontrata.
Adesso di lei mi rimangono un cerchietto d’argento che porto sempre al dito e l’assoluta orgogliosa certezza che ci somigliamo molto più di quanto nessuna delle due avrebbe mai voluto ammettere.


6 Commenti a “26 Marzo 1912”

  • AndreaV scrive:

    Ho notato in molte donne del sud, non necessariamente avanti negli anni, questa “voluptas dolendi”, questo doversi creare un problema anche quando non c’é, questo negarsi dei piccoli innocui piaceri perché c’è sempre qualcosa di più grave o importante di cui preoccuparsi. Credo sia il ricordo stampato nel dna di grandi difficoltà e dolori, che si sono tramandati e a volte soffocano la leggerezza che dovrebbe accompagnarci nel nostro viaggio sulla Terra.
    Anche io ho conosciuto due figure femminili molto care e molto difficili che riecheggiano il magnifico ritratto di vostra nonna: mi fa piacere raccontarti dello stupore che provo a distanza di anni nel sentire la loro presenza nell’eredità di insegnamento e puro amore lasciato a chi le ha conosciute.

    Ti ringrazio e vi abbraccio ancora.

  • Giangiacomo scrive:

    Bello, bello, bello!

  • Stanton scrive:

    Grazie!

  • Mic scrive:

    Mi hai fatto stringere lo stomaco.
    Anch’io porto la fede di mia nonna, anch’io rimpiango le cose non dette e fatte. Purtroppo è sempre troppo tardi.

  • gabry scrive:

    aggiugnta al mio blogroll :)

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